Dopo mesi in mare, tra luci di prua e reti sommerse, il presidente di Sea Shepherd Italia mi guarda e dice piano: “Io, pesce, non ne mangio più”. Il Mediterraneo ribolle di storie non dette: catture illegali, tartarughe ferite, plastica triturata dalle onde. E un dubbio che non ci molla al mercato.
Il cielo fa ancora buio e le boe gialle appaiono e spariscono come lucciole stanche. A bordo, Andrea Morello, presidente di Sea Shepherd Italia, passa la mano sulla cima e scuote la testa: c’è una rete fantasma che tira il vento giù negli abissi. In superficie tutto sembra quieto, sotto è un’altra storia. Ci siamo passati tutti quel momento in cui una cosa che amiamo ci mostra il conto.
Quello che non vedi quando ordini una frittura
La prima volta che ho visto una tartaruga Caretta caretta incastrata in un palamito ho capito il senso della parola “bycatch”. La chiamano “cattura accessoria”, ma di accessorio ha ben poco: respira con un tubo e il gancio le sega la gola. In un borsone, i volontari tengono tronchesi e attrezzi sterilizzati, pronti a liberarla. Poi c’è il silenzio, la mano che trema, l’acqua che si fa rossa. E la domanda che resta addosso quando torni a terra.
Sul canale di Sicilia, una notte, abbiamo trovato dieci FAD illegali in meno di quattro ore. Galleggianti improvvisati con taniche, corde e rami, trascinati da barche senza nome. Ogni struttura un’imboscata: *il mare non è un supermercato.* Le lampare si spengono appena ci avviciniamo, ognuno si conosce, ognuno finge di non vedere. Una tartaruga si salva, due no. Le alghe impigliate odorano di gasolio, e un pesce luna risale, sfinito. Le mani ti puzzano per giorni.
Il Mediterraneo è piccolo e caldissimo, trafitto da rotte commerciali e dalla nostra fame di piatti veloci. La FAO ripete da anni che la maggior parte degli stock ittici della regione è sfruttata oltre i limiti. Qui, la pesca a strascico scava canyon sulle praterie di Posidonia e il fondale fa polvere come gesso. Le etichette promettono tracciabilità, ma tra intermediari, aste e sigle leggere come nebbia, l’origine si sbriciola. Alla fine ci fidiamo del banco che brilla e del “pescato del giorno”. Eppure quel giorno, spesso, ha molti giorni.
Come si cambia rotta, davvero
La scelta più semplice è togliere peso al mare dal piatto. Non è una gara di purezza: è un gesto pratico, ripetuto. Una regola chiara aiuta: se non conosci specie, metodo di cattura e area FAO, passa oltre. Se vuoi restare sul sapore marino, esistono alternative: legumi, alghe, funghi d’acqua coltivati, condimenti che riproducono l’umami delle onde. In cucina, una padellata di ceci con alga nori tritata regala lo stesso profumo che cerchiamo nel polpo. Il tuo palato può disimparare senza sentirsi punito.
Chi sceglie di mangiare ancora pesce può ridurre l’impatto con poche mosse. Specie “povere” e locali, taglia piccola solo se adulta, stagionalità del mare come fosse quella della terra. Chiedi al pescivendolo il tipo di attrezzo: palamito corto, amo grande, niente strascico, niente reti derivanti. Diciamolo chiaro: nessuno lo fa davvero tutti i giorni. Eppure quando lo fai una volta, la seconda viene più facile. Perché un menù non è un esame, è una mappa. Sceglila tu.
Ci sono errori che facciamo tutti: confondere “piccola pesca” con pesca sostenibile, pensare che “italiano” significhi pulito, credere che “fresco” equivalga a giusto. Il presidente non gira intorno alle parole.
“Dopo quello che ho visto in mare,” mi dice Morello, “io **pesce non ne mangio più**. Non è una rinuncia: è coerenza con le immagini che non mi lasciano dormire.”
- Riduci il consumo totale di prodotti ittici, iniziando da una sera a settimana.
- Sostituisci con ricette vegetali ad alto sapore: alga, miso, capperi, limone, affumicature dolci.
- Se acquisti pesce, verifica specie, attrezzo, area FAO; evita lo strascico.
- Sostieni chi pattuglia il mare: donazioni, volontariato, condivisione di segnalazioni.
- Parlane a tavola senza litigare. Le scelte durano se non diventano crociate.
La strada resta aperta
C’è chi leggerà queste righe pensando che il mare, in fondo, si rigenera da sé. Il mare fa miracoli, è vero, ma non di fronte a tonnellate di reti fantasma e fondali spianati come parcheggi. La cosa che colpisce in barca non è la tragedia singola. È la somma delle piccole cose storte: l’amo troppo fitto, il nastro di plastica nel becco di un gabbiano, la coda del tonnetto scartata come niente. È lì che la scelta nel piatto acquista volume.
Le notti in pattugliamento insegnano una lingua asciutta. I numeri contano, le storie muovono, i piatti decidono. Sembra retorica finché non vedi un branco di delfini che cambia rotta per evitare una parete invisibile, una di quelle **reti fantasma** che continuano a pescare morte. In città, la tentazione è tornare alla normalità. Eppure quel che chiamiamo normalità aveva già una crepa. Non serve essere eroi: serve essere testardi.
Un ristorante può cambiare menù, un porto può cambiare regole, un consumatore può cambiare abitudini. Le tre cose insieme spostano una linea. Il presidente lo dice senza proclami, con la stanchezza bella di chi ha le mani salate e le guance bruciate dal vento: **scegliere di non mangiare pesce** per lui è una forma di difesa del mare, non un dogma. E tu puoi farne una via tua, personale, ogni giorno diversa. A casa, tra amici, davanti a un bancone che luccica. L’aria qui sa di alghe. E di futuro.
| Punto chiave | Dettaglio | Interesse per il lettore |
|---|---|---|
| Il Mediterraneo è sotto pressione | Overfishing diffuso, fondali degradati, reti illegali e bycatch ovunque | Capisci cosa c’è dietro quel “pescato del giorno” |
| La scelta nel piatto è leva reale | Ridurre il consumo, preferire metodi selettivi, alternative vegetali saporite | Soluzioni pratiche per influire senza rinunciare al gusto |
| La coerenza non è un integralismo | Il presidente rinuncia al pesce per esperienza diretta, non per moda | Un modello sobrio e replicabile, senza estremi o sensi di colpa |
FAQ :
- Perché il presidente di Sea Shepherd Italia non mangia più pesce?Per coerenza con ciò che vede in mare: bycatch, reti fantasma, fondali distrutti. La sua scelta è un gesto di tutela, non una bandiera.
- Smettere di mangiare pesce aiuta davvero il mare?Riduce la domanda e quindi la pressione sugli stock e sugli habitat. Un singolo gesto conta poco da solo, insieme cambia la curva.
- Se voglio continuare a mangiare pesce, cosa posso fare?Scegli specie meno sfruttate, attrezzi selettivi, stagionalità, area FAO chiara. Evita strascico e reti derivanti. Chiedi sempre al tuo pescivendolo.
- Le etichette “sostenibili” sono affidabili?Possono orientare, ma non sono infallibili. Cerca trasparenza su specie, area, metodo. Se mancano dettagli, è un campanello.
- Come porto il “sapore di mare” senza pesce?Alga nori o kombu, miso, capperi, limone, affumicatura leggera, ceci o fagioli di mare. Una zuppa con alga e patate sorprende più di quanto pensi.









