C’è un titolo che gira da giorni: è stata proclamata la migliore canzone degli anni Sessanta. Una scelta che divide i nostalgici, incuriosisce i più giovani e riaccende una domanda semplice: cosa rende davvero un brano “intramontabile”?
Metti play quasi per sbaglio e la senti arrivare, piano all’inizio, poi quel colpo di rullante che ti raddrizza la schiena e l’organo che ti porta dentro. Un timbro di voce che non supplica e non consola, ma ti racconta qualcosa di te stesso, anche se non vuoi. Ci siamo passati tutti: quell’istante in cui una canzone ti trova più vero di quanto avresti voluto.
Era come se il tempo si fosse piegato.
La traccia scorre lunga, sfiora i sei minuti, ignora la fretta, decide lei quando finire. E tu, senza accorgertene, hai cambiato passo.
La canzone che batte il tempo: perché “Like a Rolling Stone” è tornata in cima
Sì, la “migliore degli anni Sessanta” per l’ultimo giro di voti è proprio lei: “Like a Rolling Stone” di Bob Dylan. Non è solo un brano, è un modo di dire al mondo “adesso ascolti”. Sei minuti che, negli anni dei singoli da tre, hanno infranto una regola alla volta. **Quell’organo di Al Kooper non decora: guida, punge, tiene il respiro.** La voce è un graffio che disegna, un racconto in seconda persona che sembra guardarti negli occhi. Il ritornello non abbraccia, interroga. E ti resta addosso.
Ricordo un locale di periferia con un jukebox ancora vivo. Un ragazzo mette su la canzone, due tavoli si girano, la barista alza appena il volume. Nessuno balla, eppure qualcosa succede. Con il suo minutaggio ostinato e il passo da marcia, quel brano ha risalito classifiche al di là di ogni pronostico e ha sfiorato il primo posto negli Stati Uniti, entrando ovunque nell’immaginario. Diciamolo chiaro: nessuno lo fa davvero ogni giorno. Ma quando parte, chi sa, riconosce. E chi non sa, chiede “che cos’è?”. È lì che capisci che non siamo davanti a un semplice “classico”.
Il segreto sta nel gesto. Dylan prende il linguaggio del folk, lo elettrifica, lo porta in strada. L’attacco a colpi di rullante è un portone sbattuto in faccia alla comfort zone. Il testo non racconta una trama lineare, spalanca finestre: cadute, maschere, la domanda che non ammette scuse. **È la forza di una seconda persona che smette il giudizio e diventa specchio.** L’arrangiamento cresce a ondate, armonica, chitarra, piano: tutto torna, nulla è compiacente. È così che un brano non invecchia: rimane una domanda aperta.
Ascoltarla oggi: piccoli riti, orecchie nuove, zero fretta
Prova una cosa semplice: ascoltala senza schermo. Spegni le notifiche, appoggia il telefono a faccia in giù, scegli un punto della stanza e siediti. Metti il volume un filo sotto la soglia in cui i vicini bussano. Segui il primo colpo di rullante, poi l’organo che si insinua, poi la voce che non chiede il permesso. **Lascia che la canzone faccia il lavoro sporco: farti sentire nudo e curioso.** Se puoi, alterna cuffie chiuse e casse: la profondità cambia, la dinamica pure. Due ascolti, non dieci. E un minuto di silenzio dopo.
Il rischio più comune è metterla “di sottofondo”. Non regge: questo pezzo vuole attenzione. Un altro errore è partire già convinti di “conoscere” Dylan. Lasciali fuori, quei pregiudizi. Qui non c’è un santino da venerare, c’è un oscillo di vita. Se poi arrivi stanco, meglio: la canzone ti prende dove sei. Evita l’equalizzatore “rock” sparato e le casse tinte, rovina i transitori. Piuttosto, accetta un filo di imperfezione nell’impianto: aiuta la grana della voce e quel mordente di organo che ti entra tra le costole.
Se te la giochi con amici, diglielo prima: “niente chiacchiere per sei minuti”.
“La prima volta che l’ho ascoltata su un impianto serio ho sentito l’organo quasi come un personaggio, non come uno strumento. Da lì ho capito perché certe canzoni non finiscono.”
- Momento giusto: sera, luci basse, zero multitasking.
- Supporto: vinile o streaming lossless, volume a gradini, non a scatti.
- Focus: ascolta la distanza tra voce e organo, poi la frizione della chitarra.
- Rituale: un ascolto in piedi, uno seduto. Cambia il corpo, cambia l’orecchio.
Oltre il mito: quello che resta quando la canzone finisce
Le etichette passano, il dibattito resta. “Migliore degli anni Sessanta” significa tante cose: un’epoca che ha trovato parole nuove, un suono che non cade a pezzi quando lo togli dal piedistallo, una domanda che torna utile oggi. La potenza di “Like a Rolling Stone” sta in un paradosso: parla a una persona precisa, e quella persona sei tu, anche se l’ascolti sessant’anni dopo. A un certo punto non contano i premi, le classifiche, i sondaggi. Conta se, al minuto quattro, ti accorgi che hai smesso di pensare agli impegni di domani e hai iniziato a pensare a chi vuoi essere. È lì che il “capolavoro intramontabile” fa il suo mestiere: non ti riporta indietro, ti porta avanti.
| Punto chiave | Dettaglio | Interesse per il lettore |
|---|---|---|
| Perché è stata eletta | Durata controcorrente, scrittura in seconda persona, arrangiamento che graffia | Capire cosa rende “grande” una canzone oltre la nostalgia |
| Come ascoltarla oggi | Rituale semplice: silenzio, volume giusto, alternanza cuffie/casse | Esperienza d’ascolto più intensa e memorabile |
| Cosa resta dopo | Una domanda aperta che continua a lavorare | Spunto personale per riflettere e condividere |
FAQ :
- Qual è la canzone proclamata migliore degli anni Sessanta?Le ultime votazioni e classifiche l’hanno attribuito a “Like a Rolling Stone” di Bob Dylan, spesso in vetta quando si parla di impatto e influenza.
- Perché proprio “Like a Rolling Stone”?Ha infranto gli schemi del singolo breve, ha un testo che ti parla in faccia e un suono che non cerca di piacere: pretende che tu ci stia dentro.
- Quali altre canzoni erano in corsa?Spesso compaiono “A Day in the Life” dei Beatles, “Good Vibrations” dei Beach Boys, “Respect” di Aretha Franklin: titoli che hanno segnato il decennio.
- È ancora attuale o è solo un mito per boomer?Regge perché non è un souvenir. La sua domanda centrale — chi sei quando crollano le maschere — non ha età.
- Come posso ascoltarla al meglio?Meglio un file lossless o un buon vinile, volume progressivo, zero distrazioni e due ascolti diversi: con cuffie e con casse. Il resto lo fa lei.









